Le scuole e la mancanza di visione politica a Bologna, la città più progressista d'Italia.

A Bologna la settimana corta arriva senza coordinare i trasporti, l'edilizia scolastica arranca in ritardo sulla demografia studentesca, le aule restano senza climatizzazione mentre si investe sul digitale. USB Scuola denuncia l'assenza di una regia istituzionale tra orari scolastici, mobilità, edilizia e gestione del patrimonio pubblico, sempre più orientato alla rendita turistica invece che ai bisogni dei cittadini.

Bologna -

*Le scuole e la mancanza di visione politica a Bologna, la città più progressista d'Italia.*

Al liceo Sabin la Città metropolitana presenta un progetto di ampliamento da 600 posti, pronto per l'anno scolastico 2028-2029. All'IIS Belluzzi-Fioravanti e alle Aldini Valeriani da settembre entra in vigore la settimana corta: niente sabato, niente rientri pomeridiani, ora di lezione a 50-55 minuti. Ma il cambio di orario non porta con sé nessuna corsa aggiuntiva di Tper: il trasporto pubblico resta quello di prima, e per migliaia di studenti alcuni dirigenti scolastici pensano a deroghe e permessi rispetto ai ritardi possibili.
Il vizio di fondo è sempre lo stesso: la scuola pubblica decide o subisce decisioni senza che nessun livello istituzionale si occupi di tenere insieme i pezzi.

Della settimana corta nelle scuole se ne discute da tempo. Chi la sostiene ritiene che la causa ecologica (riscaldamento e trasporti) se ne avvantaggi o guarda al miraggio di un tempo più disteso per le famiglie nel fine settimana. È un cambiamento che decine di istituti bolognesi (Laura Bassi, Luxemburg, Aldrovandi Rubbiani, Manfredi Tanari, Belluzzi-Fioravanti e Aldini Valeriani) hanno deliberato attraverso i loro organi collegiali come le scuole milanesi già negli anni scorsi. Il problema è che la stessa autonomia scolastica, che permette a una scuola di decidere il proprio orario, non si accompagna a nessun meccanismo che ne gestisca le conseguenze fuori dal perimetro dell'istituto.
Secondo i dati dell'Ufficio di Statistica del Comune di Bologna, sul totale degli studenti delle scuole superiori che ogni giorno raggiungono il capoluogo dell’Emilia Romagna, oltre 10mila (circa il 45% degli iscritti) arrivano da un altro comune. Aldini Valeriani e Belluzzi-Fioravanti sono tra gli istituti con più iscritti in assoluto. Significa che una decisione che cambia gli orari di ingresso e uscita incide su un sistema di mobilità metropolitana totalmente impreparato. Senza coordinamento e pianificazione delle istituzioni cittadine, il sabato libero si trasforma in un privilegio per chi vive in centro e in un pesante disagio per chi arriva da fuori.

Quel pendolarismo studentesco non è una scelta di comodità: è la conseguenza diretta dell'emergenza abitativa. Bologna è tra le città italiane dove il rincaro degli alloggi spinge maggiormente le famiglie fuori dal capoluogo: secondo un'analisi della CNA, chi si allontana dalla città può risparmiare fino a circa 4mila euro l'anno sull'affitto, ma oltre la metà di quel risparmio viene riassorbita dai costi di spostamento. Con un canone medio che ha superato gli 840 euro al mese e i prezzi al metro quadro in costante ascesa nel 2026, decidere un nuovo orario scolastico senza considerare chi arriva dalla Valsamoggia, da Sasso Marconi o dall'Appennino significa ignorare una parte strutturale della popolazione.
L'autonomia scolastica si è trasformata nell'autorizzazione a decidere isolatamente in funzione di obiettivi di marketing attrattivo per le famiglie. Non ci si avvede, però, che così si scaricano i costi sociali di queste decisioni su chi è già stato spinto ai margini della città dal mercato immobiliare. Presi dalla competizione per le iscrizioni nelle singole istituzioni scolastiche, non si guarda in modo ampio ai problemi strutturali, logistici e pedagogici, che da queste decisioni conseguono.

A questo si aggiunge il caso del Liceo Sabin, che racconta la totale incapacità di pianificazione delle istituzioni politiche cittadine. L'ampliamento, da poco presentato come “modello per le scuole del futuro”, risponde a una pressione demografica cresciuta a partire dagli anni 2000. Ma tra la presentazione e la realizzazione passano anni, e nel frattempo la curva demografica ha già cambiato segno: da quanto ci dicono gli esperti, sta per arrivare il pieno inverno demografico. L'edilizia scolastica pubblica, lasciata ai tempi dell'urgenza, arriva sempre tardi rispetto al bisogno che l'ha generata e risulta cieca rispetto al bisogno che verrà.

C’è un altro squilibrio che gli ultimi anni di investimenti pubblici hanno reso evidente. Il PNRR ha destinato circa 2,1 miliardi di euro al solo Piano Scuola 4.0 (lavagne interattive, visori, digitalizzazione) mentre la riqualificazione termica degli edifici arranca. I dati parlano chiaro: solo il 9,5% degli edifici scolastici in Emilia-Romagna dispone di un impianto di climatizzazione. Anche in questa sessione degli esami di Stato, centinaia di studenti e docenti hanno affrontato prove scritte e orali in aule-forno con temperature superiori ai 36 gradi. Si è scelto di digitalizzare le classi prima di renderle vivibili: un ordine di priorità capovolto che lascia molte domande aperte su cosa significhi davvero scuola del futuro.
Tutto ciò mentre a livello locale assistiamo alla narrazione ipocrita della “Bologna Missione Clima” con cui si sacrificano polmoni verdi urbani, usando il green come un brand, mentre la realtà dei fatti parla di cementificazione.

Se la pianificazione dell'edilizia scolastica e dei servizi volesse davvero rompere con la logica dell'emergenza, dovrebbe guardare al patrimonio pubblico dismesso. Invece, assistiamo a una sistematica privatizzazione dei beni comuni.
La città svende i propri spazi strategici. Accade con l'ex Palazzo delle Telecomunicazioni e l'ex Dogana di via Ugo Bassi, passati di mano in mano alla finanza immobiliare, che diventeranno hotel di lusso; con la Caserma Sani, un'area enorme che avrebbe potuto ospitare un polo scolastico, culturale e sociale integrato, sottratta alla pianificazione pubblica e lasciata alle logiche speculative della rigenerazione privata a vocazione commerciale e residenziale di lusso.
Riqualificare l'esistente per la scuola pubblica, anziché regalare fette di città alla rendita turistica e alle multinazionali, aiuterebbe anche a contenere quella pressione immobiliare che allontana le famiglie e chi lavora dal comune di Bologna.

Né le scuole né chi le frequenta sono responsabili di questi cortocircuiti. Dirigenti, docenti, personale ATA, famiglie e studenti fanno quello che possono. È la politica cittadina che ha abdicato al proprio ruolo di regia.
Come USB Scuola Bologna torniamo a chiedere con forza: un tavolo permanente di coordinamento istituzionale (Comune, Città Metropolitana, Ufficio Scolastico Regionale, Tper, rappresentanze sindacali) per pianificare i flussi della mobilità e gli orari scolastici, tutelando i lavoratori e gli studenti pendolari; il blocco delle svendite del patrimonio pubblico: aree come le ex caserme e gli stabili dismessi devono essere destinate a scuole, studentati pubblici e servizi; investimenti strutturali sull'edilizia: vogliamo aule sicure e termicamente vivibili, non solo schermi digitali in aule dove si soffoca.