Perché sempre più docenti dicono “no!” al lavoro straordinario? La protesta silenziosa che svela la crisi della scuola pubblica
In un numero crescente di istituti dell’Emilia-Romagna insegnanti e colleghi rifiutano di assumere incarichi aggiuntivi. Niente più coordinamenti, referenze, funzioni strumentali, progetti extra o disponibilità per i viaggi di istruzione.
Non si tratta di disamore per la scuola, ma dell'esatto contrario: è un atto di difesa della scuola pubblica e della dignità professionale. La didattica continua, il lavoro aggiuntivo malpagato o gratuito si ferma. Le lezioni proseguono regolarmente e la cura degli studenti non viene mai meno. Ciò che si interrompe è ciò che per anni è stato regalato al sistema. Una scuola di qualità non vive di soli orari di classe, ma un sistema che si regge unicamente sul lavoro volontario o scarsamente retribuito è un sistema guasto.
Le mansioni aggiuntive vengono remunerate da anni con cifre forfettarie e irrisorie, ben lontane dalle ore effettivamente lavorate. Con un fondo per l'offerta formativa sempre più ridotto, le scuole sono costrette a fare affidamento sui contributi volontari delle famiglie. Il risultato è grave: l'offerta formativa non è più un diritto uniforme, ma dipende dal reddito del bacino d'utenza. Si spacca così il Paese tra scuole di serie A e scuole di serie B. Al di là delle rassicurazioni ministeriali (come quelle sulla polizza sanitaria integrativa), i dati sui finanziamenti assegnati ai singoli istituti, pubblici e verificabili, mostrano la realtà inequivocabile delle risorse che diminuiscono ogni anno.
In Alto Adige, la scelta collettiva di astenersi da ogni attività extra-contrattuale ha portato a risultati concreti e a cospicui adeguamenti salariali. È la dimostrazione che l'unico modo per ottenere il riconoscimento e la valorizzazione del lavoro di docenti e ATA è rendere visibile l'enorme mole di lavoro sottopagato e sommerso.
Dove aumenta il rifiuto del lavoro straordinario, emerge spesso anche un problema di governance: carichi burocratici soffocanti; ore di potenziamento e risorse concentrate in ristrette cerchie di collaboratori del dirigente scolastico; decisioni calate dall'alto dal middle management, mancato rispetto degli organi collegiali. I Consigli di Classe, il Collegio dei Docenti e il Consiglio di Istituto non sono intralci burocratici da superare in nome dell'efficienza, ma il cuore battente della comunità educante. Una scuola gestita come un'azienda produce adempimenti formalistici, non educazione e men che meno cultura democratica.
Questa rigidità gestionale genera tensioni diffuse, come dimostra anche la recente mobilitazione degli studenti dell’Istituto Fantini di Vergato. Quando le dinamiche scolastiche sfociano in denunce e querele, anziché nell'ascolto, ad andare in crisi è la funzione educativa dell'istituzione.
Insegnare è un lavoro intellettuale e relazionale. La dignità di chi lo svolge non può essere liquidata con gettoni forfettari. Occorre ridare valore alla democrazia nella governance delle istituzioni scolastiche e riconoscere dignità al lavoro di migliaia di docenti e ATA.
L'USB Scuola dell’Emilia-Romagna invita tutti i colleghi e le colleghe a discutere di questa forma di mobilitazione all'interno dei propri istituti e si mette a completa disposizione per confronto, supporto e organizzazione.