OSSERVAZIONI SUL DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA REGIONALE (DEFR 2020)

Bologna -



Il DEFR dell’Emilia-Romagna, approvato dalla Giunta regionale uscente, risente del clima preelettorale, ha le caratteristiche di un manifesto di rivendicazione di un presunto buon governo del territorio in cui si mettono sotto i riflettori gli elementi di tenuta minimizzando invece le criticità anche conseguenti le scelte o le omissioni delle politiche regionali.
In questa legislatura, più che correzioni di rotta, avremmo avuto bisogno di inversioni di rotta sui grandi temi e sulle crescenti contraddizioni che si stanno riversando sul territorio emiliano romagnolo e sui settori popolari, ma la direzione strategica è rimasta immutata e ovviamente ossequiosa di regole di bilancio e programmazione determinate a livello europeo.
Come saprete la nostra organizzazione sindacale è l’unica a ritenere questi vincoli, voluti dalla Unione Europea e inseriti nella costituzione italiana all'art. 81 modificato dal governo Monti nel 2012, totalmente antidemocratici e antisociali, espressione di politiche ordoliberiste che mettono al centro logiche di profitto e di speculazione a scapito di diritti e tutele sociali.
Un condizionamento questo che si riproduce anche nelle scelte di allocazione delle risorse UE destinate al nostro territorio.
Se la nostra regione si distingue per il grado di competitività internazionale, crescita dell’export e dell’occupazione, allora dovremmo chiederci seriamente quali sono però i costi sociali di questa competitività e cosa comporta nelle sue conseguenze per i lavoratori e i ceti popolari.
Un export per larga parte legato a un modello di subfornitura e dipendenza verso filiere internazionali con prevalenza tedesche e francesi con la conseguente fragilità strutturale delle nostre aziende nel sostenere eventuali cicli negativi dei settori produttivi di questi paesi, cosa che vediamo puntualmente verificarsi anche nei tempi più recenti.
L’impatto di queste politiche sull’occupazione dovrebbe essere evidente: i livelli di precarietà sono insostenibili e il “lavoro povero” è sempre più diffuso anche in Emilia-Romagna come si può facilmente notare dalle numerose proposte di lavoro sottopagate. Se l’occupazione cresce con essa aumenta anche la mancanza di vere tutele e la svalutazione del lavoro: dal sistema degli appalti e subappalti della logistica a Piacenza fino allo sfruttamento del lavoro stagionale e irregolare nella riviera romagnola.
Il tanto celebrato Patto per il Lavoro, del quale non siamo firmatari, ha accompagnato questo processo in una logica collaborativa tra sindacati, padronato e istituzioni locali. Dovrebbe chiamarsi Patto per le Imprese vista la centralità data ai soggetti privati, nei processi di innovazione e nel costante richiamo a una presunta necessità di grandi opere inutili che vengono progettate in nome dello sviluppo devastante anche a scapito della tutela ambientale del territorio.
È in questo contesto che registriamo la chiusura o la crisi con cassa integrazione di siti produttivi, ma anche la mancanza di ammortizzatori sociali adeguati ai casi che si presentano di volta in volta come accade nella riduzione dei servizi per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti che riteniamo siano da ripensare totalmente al di fuori di ogni logica di profitto e di ghettizzazione e non da smantellare come accaduto di recente anche a Bologna.
La decisione di mettere ingenti risorse del bilancio sulle politiche di genere, ma vincolandole a progetti di collaborazione tra pubblico e privato, rivela la reale finalità di una amministrazione pubblica che vuole da una parte deresponsabilizzarsi mentre pensa dall'altra parte interviene esclusivamente sul piano culturale senza manifestare una reale volontà politica di incidere sulle condizioni materiali che sono la causa del gap salariale tra uomini e donne anche nella nostra regione e determinano discriminazione di genere e costringono le lavoratrici al part time involontario, allo smartworking, al lavoro sfruttato.
Ricordiamo le iniziative politiche e - ahinoi - sindacali che si sono svolte in questi anni in cui si è voluto sostenere l’ossimoro della tutela ambientale compatibile con cementificazioni, consumo del suolo, attività estrattive e inceneritori: questo nella regione della pianura padana che nel 2017 il Ministero della Salute ha dichiarato essere la zona più inquinata d'Europa, più della Terra dei Fuochi.
Se si vuole davvero creare lavoro di qualità e socialmente utile allora la regione Emilia-Romagna e i suoi amministratori dovrebbero puntare sul rilancio dei servizi pubblici, sulle necessarie opere di manutenzione del territorio e sul recupero del patrimonio immobiliare pubblico.
Anche per quanto riguarda la coesione economica, sociale e territoriale è da sottolineare che in questi anni sono cresciute le diseguaglianze territoriali interne alla regione e tra le varie fasce della popolazione, con un impatto particolarmente pesante sui più giovani.
Su questo ci sarebbe da fare un coraggioso approfondimento analitico tra le varie province invece di interpretare in modo orientato solo i dati economici e sociali complessivi della regione; un approfondimento e una riflessione meriterebbe anche l’impatto che i processi di turistificazione stanno avendo sui territori, sulle città e sui processi di gentrificazione nei principali centri cittadini.
È in tali contesti di crisi di sistema e di cedimento della coesione sociale che trovano spazi crescenti proprio le organizzazioni criminali che si sono insediate con profitto nei nostri territori come ha dimostrato di recente il processo Aemilia e le inchieste più recenti.
I processi di privatizzazione e aziendalizzazione del welfare, dai servizi sociali alla sanità, non hanno fatto che aumentare disuguaglianze e precarietà, con un privato e un privato sociale che si sono sviluppato in maniera parassitaria rispetto al settore pubblico, beneficiando si notevoli finanziamenti che non sembrano di pari passo produrre un miglioramento della qualità del servizio e un maggiore beneficio per i lavoratori. La stessa delibera regionale sull’edilizia residenziale pubblica si configura come l'ennesimo smantellamento del diritto all'abitare snaturando così la funzione che ha avuto fino ad oggi l'edilizia popolare nonché erodendo la base concreta del diritto alla casa come parte del salario indiretto delle lavoratrici e dei lavoratori.
Stessa sorte è toccata alle società partecipate con la cessione delle quote pubbliche ad aziende private. La conferma della scelta del “modello Hera” per le società più strategiche non solo determina una distrazione delle reali responsabilità sociali verso logiche puramente aziendali e di mercato, ma influisce anche sugli stessi enti locali che vengono svuotati delle proprie competenze in cambio di dividendi cospicui utili a rimpinguare le tasche di privati ed enti locali a scapito però del servizio offerto al cittadino che è soggetto agli aumenti delle tariffe. Il contesto in cui l’insieme dei servizi pubblici locali è affidato tramite gare non sembra essere a tutti gli effetti un vantaggio economico né per i cittadini né per i lavoratori.
Sul tema del trasporto pubblico locale, nonostante il Patto per il trasporto pubblico regionale e locale 2018-2020 che come organizzazione sindacale abbiamo sottoscritto, il rinnovo dei mezzi di trasporto procede a rilento, le condizioni di lavoro non migliorano, si conferma l’uso di appalti e subconcessioni, il trasporto dei pendolari - specie per quanto riguarda il trasporto ferroviario - risulta penalizzato. Il tutto mentre aumentano i prezzi dei biglietti.
Sottolineiamo infine la nostra posizione di completa contrarietà al processo di autonomia differenziata che se attuata sarebbe in totale contrasto con vere politiche di coesione sociale sia a livello nazionale sia a livello regionale. Se autonomia differenziata significa avere più competenze per continuare a fare “meglio” quello che si è fatto fino ad oggi il nostro giudizio non può che essere negativo e di estrema preoccupazione sull’impatto sociale di questo assetto di governance. Dall’ambiente alle infrastrutture, dalla scuola alla tutela della salute ogni passaggio di questo percorso ci appare fortemente preoccupante se solo si pensa alle conseguenze createsi con la “riforma” delle province che stiamo ancora pagando e il pasticcio del referendum costituzionale fortunatamente fallito.
Bologna 22 luglio 2019
USB Confederale Regionale Emilia Romagna

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